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Colonna NZZ: Büroskop

Le sventure del primo giorno di lavoro

Quando si presenta all'accettazione presso il nuovo datore di lavoro, il collaboratore fatica a nascondere la tensione. «Si accomodi, la verranno a prendere», gli dice l'addetta, intenta a controllare lo smartphone. Un signore finalmente lo raggiunge e si presenta come il suo responsabile. «Lei deve essere il signor Huber», gli dice. «Hebeisen. Lieto di conoscerla», risponde il collaboratore. In realtà si aspettava di incontrare la simpatica responsabile di team che ha conosciuto al colloquio. «Ha lasciato l'azienda», gli spiega il capo, e cambia argomento. Conduce quindi il collaboratore negli uffici poco accoglienti e gli presenta i nuovi colleghi. La maggior parte di loro sembra sorpresa - a quanto pare non sono stati informati della sua assunzione. Nessuno gli augura buon lavoro. Il collaboratore si sforza di memorizzare nomi e volti. «Sembra che si assomiglino un po' tutti, nell'aspetto e nel nome», pensa. Dopo il giro di presentazioni, il responsabile gli mostra la sua scrivania in un angolo dell'open space. Non vi trova né penne, né fiori, né cioccolatini. «Cominci pure a organizzarsi», gli dice il capo, e sparisce. Il collaboratore accende il computer, ma senza password non può accedere al sistema. Si rivolge quindi a un collega. «Non ha completato la fase di onboarding presso HR?», gli chiede il collega. «Le risorse umane sono ora responsabili di tutto ciò che riguarda il primo giorno di lavoro e le possono fornire tutte le informazioni necessarie», spiega il collega. 
La responsabile del personale gli pone qualche domanda, gli scatta una foto e gli consegna un opuscolo. A quel punto gli spiega in dettaglio che il reparto sta mettendo a punto un modello per la giornata introduttiva che consentirà di perfezionare il processo di onboarding. Il numero di IT invece non glielo può dare. «Noi comunichiamo attraverso tool interni, ma non abbiamo ancora alcun accesso», spiega la responsabile delle risorse umane. Gli consiglia quindi di parlarne al suo superiore. 
Il capo però sembra essere occupato con questioni importanti e gli suggerisce di rivolgersi a un collega, il quale tenta invano di mettersi in contatto con IT. La situazione si sblocca solo dopo aver coinvolto un altro collaboratore, che evidentemente gode di un canale privilegiato con il reparto. Non appena può utilizzare il computer, il collaboratore riceve diversi incarichi. Il suo superiore, lieto di poter contare su un nuovo collaboratore, gli affida numerose pendenze, che il nuovo arrivato espleta nei limiti delle sue capacità. 
Quando non è in grado di proseguire e vuole chiedere aiuto ai colleghi, si accorge di essere rimasto solo in ufficio. Decide così di rimandare i lavori all'indomani e s'incammina verso casa. Involontariamente inizia a formulare mentalmente le prime frasi della sua lettera di dimissioni. Ma poi si fa coraggio e pensa che la situazione potrà solo migliorare. Il mattino successivo il suo computer decide di scioperare. Non essendo riuscito a reperire nessuno presso IT, decide di prendersi un caffè. Di fronte alla macchina per il caffè incontra un collega, che gli spiega come funziona. «È nuovo?», gli chiede. Il collaboratore annuisce e gli racconta com'è andato il primo giorno di lavoro. 
Il collega sorride e commenta: «Questa per noi è la normalità: ci farà l'abitudine». 

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Contributo da parte di: Nicole Gratwohl, giornalista | Copyright NZZ | diritti riservati